“Pino, di come suono non sono contento.”
L’ho detto a Pino Russo, mio maestro e poi amico, una sera di poco prima del COVID. Eravamo a casa sua e stavamo ascoltando alcuni brani che avevo scritto.
Di quella frase non siamo più riusciti a parlare con calma. Poco tempo dopo Pino è mancato, all’improvviso.
Poi è arrivato il lockdown, e con lui le sere sul divano con il tablet in mano. Guardavo chitarristi che non conoscevo, quasi tutti dalle parti della fusion, e video di didattica che in un periodo normale non avrei mai aperto. Lo facevo per passare il tempo, senza un obiettivo.
Qualche mese dopo suonavo in un altro modo. Anche le mie improvvisazioni e i brani che scrivevo erano cambiati, e non sapevo spiegarmi come.
La spiegazione è arrivata più tardi, da una direzione che non mi aspettavo. Stavo preparando i contenuti per il mio canale YouTube e cercavo il modo di raccontare come funziona il processo creativo. Cercando le parole per chi mi avrebbe ascoltato, ho trovato quelle per ciò che era successo a me.
Ho riconosciuto una cosa che avevo già vissuto, e che finalmente aveva un nome.
Il mito del dono
Molti di noi sono cresciuti con un mito, ed è il primo da sfatare: la creatività sarebbe un dono. Certi musicisti nascerebbero con un istinto e una sensibilità che fanno uscire frasi dal nulla, e agli altri non resterebbe che arrangiarsi con quello che hanno.
È un mito che conviene a chi lo racconta, perché giustifica la distanza tra sé e i grandi. E conviene anche a chi lo ascolta, perché dà una spiegazione ai propri blocchi: non sono portato, non ci posso fare niente.
Il problema è che racconta in modo sbagliato come nasce la musica, e porta fuori strada chi ci crede.
Ci ho messo anni ad accorgermene. La didattica più diffusa ti insegna cose giuste: le scale, le posizioni, gli esercizi, mentre sul modo in cui si arriva ad avere un linguaggio personale tace. Chi studia per anni senza vedere quel risultato arriva alla conclusione più ovvia: il problema sono io.
Quasi sempre, invece, a mancare è solo la spiegazione del meccanismo con cui la creatività si costruisce.
Quello che senti negli altri
Magari ti è capitato: ascolti un chitarrista e pensi che abbia qualcosa che a te manca.
La tecnica si può vedere e la possiamo allenare. A colpire, di solito, è una frase che suona personale, la sensazione che lo strumento stia dicendo qualcosa di preciso.
Chiamalo stile personale, o linguaggio personale: parliamo della stessa cosa. E se studi la chitarra da anni senza riuscire a trovare il tuo, il mito del dono ti propina la risposta pronta: lui ce l’ha, io no.
Nessuno parte dal nulla
Shakespeare non ha inventato Romeo e Giulietta. Una delle prime versioni della storia l’aveva scritta Luigi da Porto, un autore italiano, intorno al 1530. Matteo Bandello l’ha ripresa e rielaborata, Arthur Brooke l’ha trasformata in un poema in inglese, e solo dopo decenni di passaggi è arrivato Shakespeare, che ha preso quel materiale e ne ha fatto l’opera che conosciamo.
Picasso ha dipinto Les Demoiselles d’Avignon nel 1907, uno dei quadri che hanno cambiato la pittura del Novecento. Nei volti delle figure la critica riconosce da sempre la scultura iberica antica e le maschere africane che Picasso studiava in quegli anni.
I Beatles sono diventati i Beatles ad Amburgo. Tra il 1960 e il 1962, prima di qualsiasi successo, suonavano per notti intere nei locali di St. Pauli, davanti a gente che non li conosceva: rock and roll americano, rhythm and blues, skiffle. Anni dopo, quel materiale digerito è diventato Revolver e Sgt. Pepper.
I chitarristi che ascolti
Prima di diventare Jimi Hendrix, Hendrix ha passato anni da turnista nel circuito rhythm and blues americano, dietro Little Richard e gli Isley Brothers, con il blues di Muddy Waters e B.B. King nelle orecchie. La distorsione, il feedback, il wah-wah sono arrivati dopo, sopra quelle fondamenta.
Eric Clapton ha raccontato molte volte quanto Robert Johnson abbia contato per lui, e nel 2004 gli ha dedicato un disco intero, Me and Mr. Johnson. Da Johnson ha preso un modo di pensare il blues: quanto far durare una nota, dove lasciare spazio, come tenere la tensione prima di risolverla. Quel modo di pensare si sente in tutti i suoi assoli, anche dove di Johnson non c’è nemmeno una nota.
Lo stesso vale per il jazz rock. Nel suono di John Scofield il blues si sente in ogni frase, anche sopra armonie che col blues hanno poco da spartire. Se l’è portato dentro il jazz, e ne ha fatto la sua firma.
Se vieni dal rock o dal blues, questa è la parte che ti riguarda di più: quello che hai suonato finora è già materiale da cui partire.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Chi ha trovato un linguaggio personale ci è arrivato attraverso quello degli altri, imitando e rielaborando finché le influenze non sono diventate sue.
Copiare e rubare
Austin Kleon, in Ruba come un artista, parla di genealogia delle idee. Ogni musicista ne ha una, fatta di maestri, incontrati di persona o solo attraverso i dischi, e di musicisti studiati fino a farli propri.
Nello stesso libro Kleon riporta un’osservazione dello scrittore Jonathan Lethem: quando qualcosa viene definito originale, nove volte su dieci chi lo dice non ne conosce le fonti.
L’originalità nasce da influenze trasformate così a fondo da non essere più riconoscibili.
Da decenni gira una frase attribuita a Picasso, “l’artista mediocre copia, il genio ruba”, che però non ha una fonte certa. La versione scritta nero su bianco è di T.S. Eliot, in un saggio del 1920: i poeti immaturi imitano, quelli maturi rubano.
Copiare vuol dire riprodurre qualcosa così com’è, e il risultato si riconosce come copia. Rubare vuol dire prendere qualcosa, portarselo dentro e lasciarlo cambiare, finché quello che esce non è più ciò che era entrato. A quel punto non lo separi più da te, perché è passato attraverso il tuo modo di sentire e di suonare.
Mi piace pensarla così: la musica che ascolti si deposita, come se entrasse nel DNA. Non lo decidi e non lo controlli. Entra, cambia qualcosa, ed esce trasformata.
Quello che è cambiato durante il lockdown
Torno alle sere del lockdown. Non stavo costruendo un vocabolario con un metodo: ascoltavo, per settimane e mesi, musica che mi colpiva.
Non so indicarti il disco o il chitarrista che ha fatto scattare il cambiamento, e credo che non esista. Non c’è stata una sera in cui tutto è diventato chiaro. Quella musica si era depositata un po’ alla volta, aveva lavorato per conto suo, e un giorno quello che suonavo era diverso.
Per questo dico che l’ho riconosciuto. Quando impari qualcosa, lo ricevi da fuori. Quando lo riconosci, lo stai già vivendo, e ti mancano solo le parole per dirlo. Trovarle serve a una cosa precisa: smetti di aspettare che il processo succeda da solo e cominci ad alimentarlo.
Come si coltiva la creatività
La creatività è un risultato, e come ogni risultato dipende da quello che fai per raggiungerlo. In musica tutto parte dalle influenze: cosa ascolti, e quanto a fondo lasci che quella musica cambi il tuo modo di suonare.
Ascoltare può essere un gesto passivo, e il più delle volte lo è. Parte una playlist, la musica va in sottofondo mentre fai altro, passa dalle orecchie e non lascia traccia.
L’ascolto che alimenta la creatività è l’ascolto attivo: cerchi di capire perché una frase funziona, come un musicista risolve una tensione, cosa c’è dietro una scelta che ti ha colpito. È un ascolto curioso, fatto per capire, anche senza carta e matita.
Poi c’è la trascrizione, uno dei metodi più efficaci e meno praticati per costruire un vocabolario. Anche nota per nota, che ha un valore enorme, ma soprattutto nel senso più largo: prendi un’idea che senti in un disco, la porti sullo strumento, la smonti e capisci come funziona. Lo scopo è arrivare al principio che la regge, e il principio te lo porti dietro ovunque.
L’ultimo passaggio è quello di cui la didattica parla meno: portare quello che hai assorbito nella musica che suoni. Prendi una frase che hai studiato fino a farla tua, cambiala, mettila in un contesto che con l’originale non c’entra niente, e lasciala trasformare dal tuo modo di suonare.
All’inizio suonerà goffa. Le prime volte una frase nuova esce fuori posto, forzata, riconoscibile come presa in prestito, e questo fa parte del processo. Col tempo le influenze smettono di sentirsi come tali e diventano il tuo modo di suonare.
Il paradosso dell'originalità
Per costruire qualcosa di tuo devi partire da qualcosa che non è tuo. Sembra che più ascolti gli altri, meno puoi essere originale. Succede il contrario: più ascolti a fondo, più materiale hai da cui partire.
Nell’Aikido, che pratico da anni, c’è un principio che descrive bene questa strada. Si chiama shu ha ri e divide lo studio in tre fasi.
In shu si imparano le forme e le si ripete esattamente come sono state insegnate, senza discutere. Si esegue il kata con precisione.
In ha si comincia a capire il principio che sta sotto la forma, perché quella tecnica funziona e cosa succede sotto la superficie. Da lì si comincia a sperimentare, e a rompere le regole sapendo perché.
In ri le forme sono così interiorizzate che non servono più come riferimento. Il movimento è diventato naturale e personale.
La terza fase non esiste senza la prima. Quella che sembra libertà senza studio, di solito, è solo confusione.
In musica funziona allo stesso modo. Il periodo in cui vai a fondo nei tuoi riferimenti, li imiti, ci suoni sopra, è il periodo in cui costruisci il vocabolario, e senza vocabolario non hai niente da dire. Chi prova a trovare qualcosa di proprio senza passare di lì finisce spesso in loop: le stesse frasi, gli stessi giri, la sensazione di girare in tondo. Gli manca materiale da cui attingere, e la capacità non c’entra.
Lo stile personale è il risultato di tutte le influenze che hai assimilato.
Quali sono i tuoi input
Se la creatività dipende da quello che ci metti dentro, vale la pena guardare tre cose con onestà: quanti musicisti stai ascoltando con attenzione, se li ascolti per capirli o in sottofondo, e se quello che ascolti arriva sullo strumento.
Spesso le risposte oneste sono: pochi, in sottofondo, e no.
Non abbiamo mai avuto tanta musica a disposizione come oggi, eppure la ascoltiamo con attenzione di rado, e ancora più di rado la portiamo sullo strumento. Si può ascoltare musica per vent’anni senza che cambi niente nel modo in cui si suona, se resta sempre in sottofondo.
Lo stesso vale per quello che si studia. YouTube è pieno di lezioni su qualunque argomento, ognuna scollegata dalle altre, e nessuna ti dice in che ordine affrontarle né dove ti devono portare. Senza un filo che tenga insieme i pezzi, anche l’ascolto più attento produce un mucchio di materiale che resta lì, senza diventare un linguaggio.
La tua genealogia musicale conta. Chi ascolti, e quanto riesci a farlo tuo, è il terreno da cui attingi ogni volta che suoni.
Una genealogia costruita senza saperlo
Quelle sere del lockdown le ho ripensate molte volte. In quei mesi la creatività è arrivata lasciando che quella musica mi cambiasse, e costruendo, senza sapere di farlo, una genealogia nuova.
È un processo che non si accelera a comando, ma che si può coltivare, scegliendo con attenzione cosa ascoltare e cosa portare sullo strumento. E porta a una conclusione che sembra un paradosso: il tuo stile personale lo trovi passando attraverso quello degli altri.
Chi c’è nella tua genealogia musicale? Pensa ai musicisti che hai ascoltato fino a consumarli, quelli che ti sono entrati dentro senza che te ne accorgessi, anche se non sono i nomi che si citano per fare bella figura.
Il passo successivo di questo ragionamento è in Nessuno improvvisa da zero, su quello che succede quando improvvisi e dalle mani escono sempre le stesse frasi.
Buona musica.


