Se odi la teoria, qualcuno te l’ha insegnata male

Max Gotta con le mani tra i capelli davanti agli spartiti, la chitarra elettrica in grembo, nel suo studio

Ti è mai capitato di passare tre ore a cercare due accordi a orecchio?

A me sì, per anni. Sentivo un accordo dentro un brano che amavo e ci giravo intorno a tentativi finché non lo trovavo, poi ne passavo altre due a isolare una frase o una scala. Ero convinto di studiare, e invece procedevo alla cieca, senza niente che mi facesse capire cosa avevo per le mani.

In Conservatorio la teoria era obbligatoria e la studiavo il minimo indispensabile per superare gli esami. La trovavo noiosa, astratta, lontana dall’unica cosa che mi interessava: suonare quello che sentivo in testa.

Viene naturale prendersela con la teoria, roba da accademici, mentre i grandi se la sarebbero cavata a orecchio. L’ho pensato anch’io per anni. Poi ho capito che il guaio stava nel modo in cui ce l’hanno insegnata.

Come hanno fatto a farci odiare la teoria

Nella didattica della chitarra circola da decenni una convinzione: la teoria servirebbe a chi punta al conservatorio, e non a chi vuole fare musica.

Quell’idea confonde due cose diverse, la teoria come la si insegna di solito e la teoria portata sullo strumento.

Insegnata male è un elenco di regole aride staccate dalla chitarra: gradi, tonalità, nomi di accordi, tutto sul foglio e quasi niente sulle corde. Studiata così resta quello che sembra, cioè astratta, noiosa e inutile.

Portata sullo strumento cambia natura.

Teoria e armonia, due nomi per la stessa materia

Sotto l’etichetta “teoria” troviamo due ambiti che vale la pena distinguere. La teoria musicale è la materia più ampia, e comprende intervalli, scale, ritmo, il ciclo delle quinte: l’alfabeto con cui la musica è costruita. L’armonia è una sua branca, e studia come i suoni si comportano quando suonano insieme: come un accordo si lega a quello prima e a quello dopo, dove nasce la tensione e come si risolve.

Sono due facce della stessa materia. E quando un chitarrista dice che odia la teoria, di solito non ce l’ha con nessuna delle due: ce l’ha con lo studio di regole fine a sé stesse, staccate dallo strumento.

Girare una città senza mappa

Prova a pensarla fuori dalla musica.

Puoi girare una città che non conosci senza mappa, e puoi anche divertirti: scopri un vicolo per caso, trovi un bar che ti piace, ti perdi in un quartiere nuovo. In quel modo di esplorare c’è un piacere vero.

Dopo un po’, però, te ne accorgi: torni sempre nelle stesse tre strade, non sai se il quartiere che ti piace è vicino o lontano da quello di ieri, non capisci perché certe zone sembrano collegate e altre no. Cammini per ore e scopri sempre meno.

Una mappa non ti toglie la libertà di “perderti” quando ti va. Ti dice dove sei stato, dove puoi andare e perché certe strade portano da un posto all’altro: cammini a modo tuo e smetti di girare in tondo senza saperlo.

La teoria è quella mappa. Non sostituisce l’orecchio, gli dà un contesto e un perimetro.

Se vieni dal rock o dal blues e il posto in cui vuoi arrivare è il jazz moderno, quella mappa pesa ancora di più: le armonie che senti in quei dischi sono lontane da quelle con cui hai imparato a suonare, e a tentativi ci metti una vita a capire come sono costruite.

Quello che ha fatto Coltrane

Se pensi che la teoria sia sterile, guarda che uso ne ha fatto uno dei musicisti più liberi mai esistiti.

Tra il 1957 e il 1959 John Coltrane si portava dietro il Thesaurus of Scales and Melodic Patterns di Nicolas Slonimsky, un catalogo di linee costruite dividendo l’ottava in parti uguali. Da quello studio è uscito Giant Steps, registrato nel 1959: una progressione che gira su tre tonalità distanti una terza maggiore l’una dall’altra, e che ancora oggi mette in difficoltà musicisti navigati.

Coltrane ha usato la teoria per aprire un varco che nessuno aveva visto. Senza quello studio, quelle porte sarebbero rimaste chiuse, e non per mancanza di orecchio: nessun orecchio, per quanto fine, inventa da solo relazioni armoniche che nessuno ha ancora mappato.

Cosa ho cambiato nel mio studio

Se pensi che la teoria sia sterile, guarda che uso ne ha fatto uno dei musicisti più liberi mai esistiti.

Tra il 1957 e il 1959 John Coltrane si portava dietro il Thesaurus of Scales and Melodic Patterns di Nicolas Slonimsky, un catalogo di linee costruite dividendo l’ottava in parti uguali. Da quello studio è uscito Giant Steps, registrato nel 1959: una progressione che gira su tre tonalità distanti una terza maggiore l’una dall’altra, e che ancora oggi mette in difficoltà musicisti navigati.

Coltrane ha usato la teoria per aprire un varco che nessuno aveva visto. Senza quello studio, quelle porte sarebbero rimaste chiuse, e non per mancanza di orecchio: nessun orecchio, per quanto fine, inventa da solo relazioni armoniche che nessuno ha ancora mappato.

Le tre dominanti di un giro di blues

Come ho raccontato nella pagina Chi sono, al Centro Jazz ho smesso di fermarmi al blues tradizionale, dove ho cominciato a lavorare sulle forme più avanzate, fino al bebop e al blues di Charlie Parker.

Come certamente saprai, il giro di blues è fatto di tre accordi di settima, primo, quarto e quinto grado. A orecchio sembrano lo stesso tipo di accordo, e una pentatonica ci passa sopra tutti e tre senza suonare sbagliata.

Funziona, ed è anche il motivo per cui tanti assoli sul blues suonano sempre uguali: quella pentatonica non dice niente di specifico su nessuno dei tre accordi.

L’armonia funzionale mi ha fatto vedere che quei tre accordi hanno tre funzioni diverse, e che il quinto grado è la dominante vera del giro, quella che chiede di risolvere. Da lì cambia quello che suoni su quegli accordi: quale pentatonica scegliere su ciascuno, dove spostarla, quando mettere in evidenza la tensione del quinto grado invece di attraversarla come tutto il resto.

Le stesse dodici battute hanno smesso di essere un loop. È la teoria che per anni avevo studiato solo sulla carta, arrivata finalmente sulle corde.

Cosa cambia quando conosci la struttura

Capire meglio quello che suoni varrebbe la pena già da solo, e si porta dietro altre due cose.

La prima è che quando conosci la struttura di quello che stai facendo riesci anche a spiegarla, e suonare con altri musicisti cambia natura: puoi dire “risolviamo qui, la tensione la teniamo fino a questo punto” invece di limitarti a indicare un tasto sulla tastiera.

La seconda è che smetti di essere prigioniero delle diteggiature imparate a memoria. Se sai com’è costruito un accordo lo sposti, lo puoi variare, ne trovi un’altra forma quando quella che conosci non funziona in quel contesto. Senza quella conoscenza resti inchiodato a quello che hai imparato per imitazione.

Vale anche per le frasi che ti porti dietro dai tuoi riferimenti: se non sai come sono costruite non le puoi muovere, ed è uno dei motivi per cui in una jam escono sempre le stesse tre. Ne ho scritto per esteso in Nessuno improvvisa da zero.

Quando dopo anni ci si ferma

Cambiare impostazione e portare la teoria sulle corde, applicandola mentre suoni, è una cosa che quasi nessuno propone. Così, dopo anni passati a suonare, si smette di progredire senza capire perché.

Ci siamo passati quasi tutti: anni di strumento, ore accumulate, brani interi imparati, e a un certo punto i progressi si fermano. Non sappiamo spiegare cosa stiamo suonando, non riusciamo a modificarlo, e non ne esce niente di nostro. Restiamo dentro un cerchio che conosciamo bene e da cui non riusciamo a tirarci fuori.

Il talento non c’entra. Senza una struttura che tenga insieme quello che senti, ogni scoperta resta isolata e si disperde invece di accumularsi.

Il conto si paga sempre. O si torna indietro, spesso perdendo il doppio del tempo che si sarebbe risparmiato affrontando la teoria da subito, oppure, più spesso di quanto si racconti, si molla lo strumento convinti che il problema fosse il proprio talento e non il percorso che si stava seguendo.

Dove la mappa tiene insieme il lavoro

Studi tanto. Ma dov’è la tua musica? La teoria insegnata male è una delle ragioni per cui tanti chitarristi non sanno rispondere.

In La creatività non è un talento: si costruisce ho raccontato come lo stile personale nasca dalle influenze che assorbi e trasformi. La teoria è quello che tiene insieme il lavoro: senza una mappa la creatività si disperde e il vocabolario resta un mucchio di frasi isolate, mentre con una mappa sai dove è andata a finire ogni cosa che hai imparato.

Se la teoria ti annoia, prova a chiederti da dove arriva quella noia: dalla materia, o da come te l’hanno presentata.

Buona musica.

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