Hai presente quella sensazione in una jam, quando tocca a te fare un’improvvisazione con la chitarra?
Stai suonando, c’è un groove che spinge, gli altri sembrano volare sulla musica. E tu, invece di lasciarti andare, ti ritrovi a suonare sempre le stesse tre frasi: escono quasi da sole, e ogni volta che escono ti senti un po’ meno libero.
Viene naturale dare la colpa a quello che manca: la tecnica, il talento, la conoscenza della teoria e dell’armonia. Quasi sempre, invece, il problema è il vocabolario.
Indice dei contenuti
- Il mito della spontaneita
- Più parole conosci, più hai da dire
- Impara le progressioni, poi dimenticale
- Il problema di chi suona sempre le stesse frasi
- Perché registrarsi mentre improvvisi
- Come si studiano le frasi dei grandi
- Il nodo che si scioglie da solo
- Quante frasi hai interiorizzato
- Una lingua che parli senza tradurre
Il mito della spontaneità
Nella didattica musicale circola da decenni un’idea sull’improvvisazione: i musicisti bravi “sentirebbero” cosa suonare. Improvvisare sarebbe libertà pura, creatività che esce da sola, e i grandi del jazz e del rock avrebbero dentro un istinto che gli fa trovare frasi memorabili ogni volta che prendono in mano lo strumento.
È un mito che sembra vero, e proprio per questo porta fuori strada.
E sembra vero perché la spontaneità esiste. Quando ascolti un musicista che improvvisa bene, si sente subito: le frasi gli escono senza che debba cercarle, e quella libertà è reale. L’errore sta nella spiegazione, che la fa venire dal talento, da qualcosa che hai o non hai.
Dietro quella spontaneità non c’è assenza di struttura, bensì esiste una struttura interiorizzata così profondamente da non essere più percepibile come tale.
Capirlo cambia quello che fai: smetti di sperare che quella libertà arrivi da sola e cominci a lavorarci, per costruirla.
Più parole conosci, più hai da dire
Provo a spiegarlo con un’analogia che con la musica non c’entra niente.
Quando parli, le parole che usi le conosci già: le hai imparate una a una, in anni di ascolto, letture e conversazioni. Quando hai qualcosa da dire le prendi e le metti in un ordine che, probabilmente, in quella forma esatta non avevi mai usato.
E se dovessi ripetere lo stesso concetto mille volte, non lo diresti mai due volte allo stesso modo.
Nessuno si pone il problema: se usi parole che conosci già, sei libero di dire quello che vuoi? Certo che sì. Più parole conosci più sei libero, e con poche parole hai poco da dire.
In musica funziona allo stesso modo. Improvvisare vuol dire attingere a un vocabolario personale di frasi, idee e strutture che hai interiorizzato nel tempo, cioè a tutto quello che hai già dentro. Lo combini, lo adatti, lo metti in relazione con quello che sta succedendo nell’armonia e nel ritmo in quel momento.
Improvvisare così è un atto creativo e spontaneo nel senso più preciso della parola: immediato, disponibile, senza sforzo cosciente. E quella spontaneità si costruisce, perché da sola non arriva.
Rick Rubin, in L’atto creativo, paragona il livello di abilità in un’arte al vocabolario in una lingua. Quando cominci a impararla riesci a fare una domanda o a dire una frase memorizzata, ma per condividere idee più grandi e sentimenti più sfumati ti mancano ancora le parole. Vale per ogni linguaggio, compreso quello musicale.
"Impara le progressioni, poi dimenticale"
Charlie Parker lo diceva così: “Learn the changes, then forget them.” Impara le progressioni armoniche, poi dimenticale.
Per anni non l’ho capita. Che senso ha studiare qualcosa per poi dimenticarlo?
Il senso è preciso: devi interiorizzarlo al punto da non doverci più pensare. Dimenticare, qui, vuol dire metabolizzare. Le note giuste sono già dentro di te, disponibili senza sforzo cosciente, e tu puoi pensare a quello che vuoi dire.
Miles Davis usava parole diverse, ma il principio era lo stesso. Molti lo immaginano come un genio istintivo, e invece studiava moltissimo: nel 1944 entrò alla Juilliard, e nella sua autobiografia racconta che andava in biblioteca a studiare le partiture di Stravinskij, Berg e Prokof’ev. La libertà che aveva sul palco veniva da una preparazione così profonda da essere diventata invisibile.
Keith Jarrett ha improvvisato concerti interi per tutta la carriera. Il Köln Concert, nel 1975, lo ha suonato su un piccolo pianoforte da prove al posto del gran coda che gli avevano promesso, con un mal di schiena che non lo lasciava dormire, improvvisando dalla prima nota all’ultima. È diventato il suo disco più venduto ed è considerato uno dei lavori pianistici più significativi del Novecento. Quella sera Jarrett ha attinto a tutto quello che aveva interiorizzato in anni di studio e di concerti.
Quella libertà apparente è il risultato di vincoli metabolizzati così a fondo da non sentirsi più, e la spontaneità è il segno che la preparazione è scesa in profondità.
La frase di Parker dà per scontato il primo passaggio, cioè che le progressioni le abbiamo studiate. Per tanti di noi non è andata così, e il perché l’ho spiegato in Se odi la teoria, qualcuno te l’ha insegnata male.
Il problema di chi suona sempre le stesse frasi
Torniamo alla jam. Chi suona sempre le stesse tre frasi probabilmente ne conosce decine: le ha imparate, sa eseguirle, le ha sentite suonare dai suoi musicisti di riferimento. Il guaio è che le sa eseguire, ma non le ha interiorizzate.
Sai eseguire una frase quando la recuperi dalla memoria, la riproduci con le dita e la usi in un contesto adatto. È un lavoro consapevole, che funziona quando studi e si inceppa quando improvvisi: mentre la cerchi perdi il filo della musica, e nove volte su dieci quella frase la sbagli.
Hai interiorizzato una frase quando esce senza pensarci, perché fa già parte del tuo modo di pensare la musica.
Con la tecnica c’entra poco: è la stessa differenza che c’è tra conoscere delle parole in una lingua straniera e pensare in quella lingua.
Se vieni dal rock o dal blues, questa differenza la conosci già. Il blues, probabilmente, lo pensi senza tradurlo, e il jazz rock è una seconda lingua che si impara partendo dalla prima.
Quasi tutta la didattica sull’improvvisazione spinge invece ad accumulare: impari lick, li archivi in testa e, quando serve, provi a sfogliarli come una lista della spesa. Ma un archivio lo consulti, mentre un vocabolario lo usi.
Quando suoni, stai consultando o stai parlando? La risposta ti dice dove sei e su cosa lavorare.
Perché registrarsi mentre improvvisi
Come si costruisce il vocabolario, e come si trasforma un archivio in qualcosa di vivo? Con una pratica semplice che quasi tutti sottovalutano: registrarsi.
Le prime registrazioni sono impietose. Quando ho cominciato a farlo con regolarità mi chiedevo se stessi suonando proprio così, e la risposta era sì. Le mie reazioni oscillavano tra lo sconforto e il disgusto, anche se sapevo quanto quella pratica fosse maledettamente utile.
Mentre suoni sei coinvolto: esegui, reagisci, pensi, e non riesci ad ascoltarti. La registrazione ferma quel momento e ti permette di sentirti da ascoltatore, con le orecchie di chi in quel momento non sta suonando.
Quando ti riascolti con onestà, senza censurarti in partenza, puoi far emergere e isolare le frasi significative. Quelle che ti colpiscono, quelle in cui hai fatto qualcosa che non sapevi di saper fare, quelle che suonano tue e non come la citazione di qualcun altro.
Quelle frasi sono la materia prima del tuo linguaggio musicale e sono un punto di partenza. Le estrai, le lavori, le porti in altri contesti, le modifichi, finché non le riconosci più come qualcosa che hai trovato per caso e diventano parte di come suoni.
Succede una cosa molto concreta: quando improvvisi e ti lasci andare, il materiale che hai interiorizzato viene fuori. Ma se non l’hai mai ascoltato, fermato, isolato e capito, non sai come farlo tuo.
Rick Rubin, in L’atto creativo, racconta di cantanti che davanti a un brano nuovo registrano i primi suoni che gli escono di bocca, senza pensarci e senza preparazione, e non è raro che da lì vengano fuori le frasi chiave del pezzo. Per Rubin quel materiale esiste già, nascosto dentro di noi, e si tratta di trovare il modo di farlo emergere.
La registrazione è lo strumento più diretto che conosco per farlo.
Come si studiano le frasi dei grandi
Imparare le frasi dei musicisti che ami è legittimo ed è anche tremendamente utile, anzi indispensabile: io lo faccio ancora, di continuo, e lo consiglio. È così che si impara una lingua. Il punto è cosa ci fai dopo, perché studiare una frase e copiarla sono due lavori diversi.
Copiare vuol dire riprodurre la forma, e lo puoi fare alla perfezione senza capire niente: il risultato si riconosce come copia e non ha vita propria. Se suono una frase di Clapton nota per nota, sono un buon imitatore di Clapton e basta.
Studiare vuol dire capire il principio che regge quella frase: perché funziona in quel contesto, come gestisce la tensione armonica, come usa il silenzio, quanto fa durare le note, in che momento sceglie di risolvere.
Il principio lo puoi portare altrove, mentre la forma resta attaccata al punto da cui l’hai presa. Quando l’hai capito, la frase smette di essere una citazione e diventa materiale con cui lavorare: la trasporti in altre tonalità, la metti in contesti diversi, la combini con altro, la modifichi finché la fonte non si riconosce più.
Quando la fonte non si riconosce più, l’hai interiorizzata.
Se nel momento in cui la usi ti viene ancora in mente questa è la frase di X, non è ancora del tutto tua. Prendila come una bussola, senza leggerci un giudizio.
Il nodo che si scioglie da solo
Succede spesso, studiando musica: lavori su un brano, ti fermi, ci torni qualche giorno dopo e all’improvviso scorre meglio. Le dita sembrano più agili, e un nodo che non riuscivi a sciogliere si è sciolto da solo, nel tempo tra una sessione e l’altra.
E riguarda più della tecnica, perché è interiorizzazione: il corpo si adatta, e la mente metabolizza durante il riposo.
Con il vocabolario succede la stessa cosa. Registrarsi, riascoltarsi, isolare le frasi e lavorarci è un ciclo da ripetere, e ogni giro lo approfondisce. Espandere il vocabolario vorrebbe dire aggiungere frasi; approfondirlo vuol dire rendere quelle che hai già più disponibili e più tue.
Quante frasi hai interiorizzato
Tra le frasi che suoni, quante ne hai interiorizzate? Contano quelle che escono senza pensarci, quando sei dentro la musica e non stai guardando le dita. Quelle che sai eseguire, o che hai imparato da un tutorial, restano fuori dal conto.
Cinque? Dieci?
La domanda serve a capire da dove partire, senza misurare una mancanza. Se sai quante sono, sai anche cosa fare: invece di cercare altri lick o di aggiungere scale al repertorio, approfondisci quelle che hai già, finché diventano tue.
Il vocabolario si costruisce metabolizzando quello che hai, e accumulando solo frasi su frasi non ci arrivi.
Una lingua che parli senza tradurre
In La creatività non è un talento: si costruisce ho raccontato da dove nasce uno stile personale e perché con il talento ha poco a che fare. Quando improvvisi succede la stessa cosa, solo che la vedi accadere in tempo reale.
Quando ascolti qualcuno improvvisare e hai l’impressione che stia suonando esattamente quello che sente, stai ascoltando anni di frasi ascoltate, studiate e fatte proprie. Succede lo stesso con una lingua straniera che parli da trent’anni: ormai pensi direttamente in quella lingua e non hai più bisogno di tradurre.
Se hai una tua registrazione, riascoltala con questa domanda in testa. Magari ci trovi una frase che suona più tua di quanto ti aspettassi.
Buona musica.


