Ciao, sono Max!
Avevo cinque anni, ero al supermercato con mia madre, e sono rimasto fermo davanti a uno scaffale di formaggini. Dentro la confezione, come gadget, c’era una chitarra di plastica arancione. Non mi sono mosso finché la chitarra (formaggini compresi…) non è finita nel carrello della spesa.
Quattro corde di metallo durissime su un corpo di plastica: più simile a un ukulele che a una chitarra vera. Ma quella specie di chitarra è bastata per non smettere più.
Ciao, sono Max!
Avevo cinque anni, ero al supermercato con mia madre, e sono rimasto fermo davanti a uno scaffale di formaggini. Dentro la confezione, come gadget, c’era una chitarra di plastica arancione. Non mi sono mosso finché la chitarra (formaggini compresi…) non è finita nel carrello della spesa.
Quattro corde di metallo durissime su un corpo di plastica: più simile a un ukulele che a una chitarra vera. Ma quella specie di chitarra è bastata per non smettere più.
Dal metal al jazz rock
Ho cominciato con le band scolastiche, hard rock e metal. A 17 anni ho fatto il primo passo serio: sono entrato nei Fancyfluid, band neo-progressive con cui ho suonato su parecchi palchi e registrato l’album d’esordio, Weak Waving.
Con il progressive rock ho scoperto colori e sfumature musicali che non conoscevo. Al di fuori dell’hard rock e del metal, a quei tempi, sapevo poco, a parte i Pink Floyd: di David Gilmour adoravo, e adoro ancora, lo stile, il gusto, il sound.
Così decisi di imparare a suonare anche la chitarra classica, entrando in Conservatorio e affiancando anche un corso di composizione. Terminata l’esperienza con i Fancyfluid, ho esplorato il mondo della new age, affascinato da chitarristi come William Ackerman, Alex de Grassi e Michael Hedges. Da questa esperienza è nato Travels, un disco autoprodotto. Poi è arrivato il jazz, e con lui il blues: prima nella sua forma tradizionale, poi in quella più articolata del blues bebop.
Infatti, il decennio successivo l’ho trascorso al Centro Jazz, che a Torino era l’unica scuola in cui si poteva studiare jazz a livello accademico, visto che in conservatorio non era ancora entrato. Lì ho studiato con i musicisti che insegnavano in quegli anni: Pino Russo, mio maestro e poi amico, Luigi Tessarrollo, Diego Borotti, Daniele Tione. Un susseguirsi di jam session e concerti nei club, il Festival Jazz di Grenoble in una formazione italo-francese guidata da Enrico Rava e François Jeanneau, il JVC Newport Jazz Festival di Torino con la Free Style Orchestra, big band fondata e guidata da Diego Borotti e Pierluigi Mucciolo.
Al jazz rock e alla fusion ci sono arrivato più tardi, e lì dentro è confluito tutto il resto: il metal delle prime band, il progressive dei Fancyfluid, la chitarra classica, la new age. Territori che ormai non hanno confini netti, si incontrano e si fondono, sia nella musica che suono con il JST Quartet diretto da Diego Borotti, sia nelle mie composizioni.
Esercitarsi non è suonare
Ma prima di arrivare al jazz rock sono entrato in crisi. È successo dopo diversi anni, con il Conservatorio alle spalle e anni di palco, proprio quando avevo raggiunto un livello che credevo buono.
Mancava qualcosa di più sottile del materiale musicale o della tecnica sullo strumento. Avevo la sensazione di essere un buon esecutore a cui mancava personalità nel linguaggio, nell’espressività.
Poche settimane prima che il COVID si abbattesse su tutti noi, una sera, a casa di Pino Russo, stavamo ascoltando musica che avevo composto. A un certo punto gli ho detto: “Pino, di come suono non sono contento.”
Non ho mai potuto conoscere a fondo il suo pensiero su quella mia affermazione: poco tempo dopo, Pino è mancato prematuramente, all’improvviso.
La risposta ho dovuto trovarla da solo, nel corso del tempo. Ed è più semplice di quanto si possa immaginare: esercitarsi e studiare non è suonare.
Puoi fare scale per ore, sapere a memoria tutte le progressioni, essere tecnicamente ineccepibile. Puoi conoscere e suonare alla perfezione centinaia di frasi e lick già pronti, senza averli mai metabolizzati e resi tuoi. Diventi un ottimo esecutore, ma fatichi a comunicare qualcosa con la tua musica.
Quello che mi ha sbloccato è arrivato durante il lockdown, e non era uno studio organizzato: mesi passati ad ascoltare musicisti che non conoscevo, senza uno scopo preciso. Jack Gardiner, Tom Quayle, Allan Holdsworth, e un lavoro mirato su John Scofield, Mike Stern e Pat Metheny. Mi hanno portato a rimettere mano a cose che sapevo già, guardandole da un’altra prospettiva.
Da lì sono arrivato al jazz rock e alla fusion. Il suono elettrico, il fraseggio, il modo di improvvisare su un riff: lì il rock e il blues da cui venivo sono di casa. Basta ascoltare come Scott Henderson porta il blues dentro la fusion.
E quel modo di suonare ora mi appartiene. Quando preparo un assolo su uno standard con il JST Quartet, difficilmente esce vocabolario jazz tradizionale: escono cose mie, che in quel contesto ci stanno bene.
Perché esiste MG Guitar Music
MG Guitar Music è il posto dove condivido quello che ho imparato, per chi si trova oggi dove mi trovavo io allora: anni di studio alle spalle, una tecnica funzionale, e la sensazione di non avere ancora un linguaggio personale.
L’ho capito sperimentando su di me: il linguaggio si costruisce lavorando su quello che sai già suonare. Il rock, il blues, qualunque cosa tu abbia suonato finora: è quello il materiale con cui si entra nel jazz rock.
Suonare la chitarra: le lezioni più seguite
Studi tanto. Ma dov'è la tua musica?
Qui smonto gli errori strutturali dello studio musicale e vado in profondità su armonia, creatività e costruzione di un linguaggio personale. Per chi si trova in un punto morto.
In questa newsletter condivido con te il meglio di ciò che ho imparato (e che imparerò) per far esplodere la creatività, migliorare la tecnica e creare il proprio stile personale.
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