Come la penso sullo studio della musica
Ho studiato per anni nel modo sbagliato e questo è quello che ho capito.
Pensavo che il problema fosse la quantità. Più ore, più esercizi, più scale. Se non miglioravo, la risposta che mi davo era sempre la stessa: non ti stai impegnando abbastanza.
Le ore però c’erano tutte. Mancava un ordine con cui metterle in fila, e nessuno me l’aveva mai spiegato.
Vale per come studio io, e per come lavoro con chi studia con me.
Il problema quasi sempre è il percorso
Chi studia da anni e non vede progressi di solito arriva alla stessa conclusione: non sono portato, non ho orecchio, non ho il talento.
È la conclusione sbagliata, e ha fatto abbandonare lo strumento a più chitarristi di qualunque difficoltà tecnica.
Quando ogni sessione di studio lascia la sensazione di andare a vuoto, quella sensazione sta dicendo qualcosa di preciso: stai accumulando materiale che non incontra mai la musica. Gli esercizi restano esercizi, la tecnica resta fine a sé stessa, e nulla di quello che impari finisce in quello che suoni.
Materiale, oggi, ne abbiamo più di quanto ne possiamo consumare. Video, corsi, PDF, trascrizioni. La difficoltà sta nel decidere in che ordine usarlo e dove ti deve portare.
Ho odiato la teoria per anni
In Conservatorio la studiavo il minimo indispensabile per superare gli esami. La trovavo astratta, lontana da quello che mi interessava, che era suonare quello che sentivo in testa.
Mi ci sono voluti anni per capire che il problema era il modo in cui me l’avevano presentata: regole su un foglio, poco o niente sulle corde.
Quando invece la studi mentre suoni, e la applichi nello stesso momento in cui hai le mani sulle corde, la teoria cambia natura. Smette di essere un elenco di regole aride e diventa il modo in cui capisci cosa stai facendo, perché sta funzionando e dove puoi andare da quel punto.
Quasi nessuno però ci arriva da solo, perché la didattica tradizionale va nella direzione opposta: ti riempie la testa di nozioni slegate dalla pratica dello strumento e dalla musica suonata. Chi continua a studiare in quel modo prima o poi si ferma, e la parte peggiore è che non riesce nemmeno a spiegarsene il motivo.
Su questo ho scritto un articolo a parte, se ti va di leggerlo: Se odi la teoria, qualcuno te l’ha insegnata male. C’è dentro il motivo per cui, senza una mappa, si finisce per girare sempre nelle stesse tre strade anche dopo anni di studio.
Il linguaggio si costruisce partendo dagli altri
Nessun musicista inventa dal nulla. Hendrix ha consumato Robert Johnson e Muddy Waters, Clapton ha smontato il blues nota per nota per capire come pensava chi lo suonava prima di lui.
Imitare è il modo in cui si impara una lingua, e vale anche per la musica. Si parte sempre da qualcun altro, ma non si cresce se ci si ferma alla copia.
Per questo la differenza sta in cosa succede dopo. Una frase che impari e archivi resta una citazione, e si sente. Una frase che smonti, capisci, sposti in un altro contesto e modifichi fino a non riconoscerne più la provenienza, è diventata tua.
È un lavoro lungo e poco spettacolare. Non ha niente a che vedere con il talento, e chiunque può farlo, a qualunque livello.
Come funziona questo processo l’ho raccontato per esteso in La creatività non è un talento. Si costruisce, partendo da chi lo ha fatto prima di noi.
Quando escono sempre le stesse frasi
Capita a chiunque suoni con altri: parte il giro, e dalle dita vengono fuori le solite tre frasi. Di frasi ne conosci decine, e sai eseguirle tutte.
Saperle eseguire e averle dentro sono però due condizioni diverse. La prima la usi quando studi, con calma, e regge. La seconda è quella che risponde quando la musica va e non c’è tempo di pensare.
Costruire la seconda è il lavoro che quasi nessuno fa. Comincia dall’ascoltarsi, ed è il motivo per cui si tende a rimandarlo.
Se vuoi capire perché quelle frasi tornano sempre le stesse, e cosa si fa per cambiarlo, ne parlo in Nessuno improvvisa da zero.
La tecnica serve a dire qualcosa
La tecnica conta, e chi la sminuisce spesso l’ha data per persa. Dà controllo, precisione, la libertà di eseguire quello che hai in mente senza combattere con lo strumento. E con un metodo sensato si arriva molto più lontano di quanto si creda.
Però resta un mezzo. Si lavora sulla tecnica per dire meglio quello che si ha da dire, non per esibirsi come acrobati: la ginnastica per le dita non comunica niente a chi ascolta.
L’equilibrio è tutto lì, ed è la parte che la didattica tradizionale salta più spesso.
Dove porto chi studia con me
Quello che ho scritto qui sopra vale per qualunque genere musicale, perché riguarda il modo in cui si studia.
Io ti porto sulla strada che ho percorso: dal rock e dal blues al jazz rock e alla fusion, il punto in cui quello che suonavi prima entra a pieno titolo invece di restare fuori dalla porta. È la stessa strada, senza i giri a vuoto che ho fatto io per trovarla.
Si arriva lì partendo da quello che sai già suonare. Non c’è niente da buttare via.
